La guerra dei mondi

Come ho evidenziato nella puntata precedente, nel passato il cinema di SF ha ricavato pellicole egregie da famose opere letterarie, mentre oggi sembra che questo filone si stia inaridendo sempre più.
Riprendendo le fila del discorso mi sono accorto che, invece, fra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso, varie pellicole di SF presero spunto da romanzi e sono proprio fra quelle che hanno, in seguito, “subìto” uno o più remake. Quindi è possibile fondere le due linee di ricerca – trasposizioni filmiche di opere letterarie e remake – per proporre, alla fine, alcune brevi considerazioni. Iniziamo col padre della SF letteraria, l’inglese H.G. Wells e dalla sua opera certamente più famosa LA GUERRA DEI MONDI pubblicata nel 1898, probabilmente la prima invasione aliena che si rispetti. Già nel 1925 il grande regista Cecil B. De Mille convinse la Paramount ad acquistare i diritti del libro ma poi il progetto non ebbe seguito, e così nel 1930 si cerca di far dirigere la pellicola al russo Sergei Eisenstein, ma anche questa volta è un nulla di fatto. Non dimentichiamo, poi, l’adattamento radiofonico realizzato da Orson Welles che la notte del 30 ottobre 1938, vigilia di Halloween (in pieno timore di un attacco nipponico alle coste della California), manda in onda una trasmissione che farà storia. Infatti gli americani penseranno alla cronaca di una vera invasione aliena col conseguente panico generale.

War of the world


Come si vede, sebbene debba giungere il 1953 per la realizzazione della prima pellicola tratta dal romanzo, il testo del padre della SF ha sempre suscitato grande interesse, questo perché si tratta di un gran bel romanzo, pieno di pathos, angosciante nella considerazione di quanto sia piccolo ed insignificante il genere umano nei confronti della vastità dell’universo. Le “scene” (sì, proprio scene perché Wells fa vivere al lettore in prima persona gli avvenimenti) di devastazione e fuga sono magistrali nella loro angosciante ineluttabilità. Consiglio a chi non l’abbia letto di farlo, non se ne pentirà, in fondo Wells nei suoi romanzi (molti trasposti sul grande schermo da L’Uomo Invisibile a La Macchina del Tempo, da L’Isola del Dottor Moreau a Things to Come per finire con I primi Uomini sulla Luna) e nei numerosi racconti brevi ha prefigurato quasi ogni scenario possibile della SF, dalle invasioni aliene, ai viaggi nel tempo, dai viaggi astrali ai mondi paralleli, ed è giustamente considerato il padre del genere, forse più di Verne.

Fu il produttore George Pal, reduce dal successo del film UOMINI SULLA LUNA del 1950, a voler finalmente realizzare la pellicola affidandola al regista Byron Haskin. Certo, a rivederlo oggi non fa più tanta paura e gli effetti speciali (che pur ottennero l’Oscar) sono buoni ma con qualche sbavatura che si nota soprattutto in tv (i fili che sorreggono le famose astronavi a forma di “manta”) ma il film regge ancora ed è godibile soprattutto per le scene di massa, le battaglie fra l’esercito impotente e le splendide astronavi aliene, certamente fra le più famose ed inquietanti del genere con i loro raggi disintegratori. Quindi una pellicola storica, fondamentale per il cinema di SF, in quanto già da principio non considerata di serie B e che ebbe un enorme successo commerciale. Il finale, quasi messianico con i marziani uccisi dal virus del “raffreddore”, è certamente debitore del periodo storico e dell’invadenza della religione, ma può essere accettato di buon grado. In fondo, intervento divino o meno, è la stessa arma che noi europei abbiamo usato con gli abitanti del Nuovo Mondo per sterminarli: importando malattie alle quali non erano abituati.

Il remake con Tom CruiseRicordiamo che in seguito venne realizzata anche una serie di telefilm per la tv, in effetti poca cosa e passata quasi sotto silenzio, fino al 2005, quando il “ragazzo d’oro” di Hollywood, S. Spielberg, decise di produrre il remake della pellicola del 1953. E qui “casca l’asino”. Sì, perché sebbene sia un film in cui gli effetti speciali avrebbero potuto farla da padrone e collaborare alla riuscita del film, tranne l’attacco iniziale e poco altro, di scontri fra marziani e terrestri ce ne sono davvero pochi.
Infatti il regista preferisce concentrare il suo interesse (non certo quello dello spettatore) sulla storia trita e ritrita di Tom Cruise padre disamorato alle prese con due figli disadattati e tranne un paio di scene davvero trascinanti (appunto l’attacco iniziale e la scena del treno in fiamme che passa sferragliando sotto gli occhi attoniti di una folla ammutolita) la pellicola è piuttosto statica e monotona, scontata nel suo svolgimento. E poi alcune lacune della sceneggiatura pesano sul giudizio negativo finale: perché i marziani hanno seppellito le loro astronavi millenni fa nel sottosuolo delle nostre grandi città (sapevano esattamente dove le avremmo costruite?) invece di attaccarci in massa al momento opportuno? Se ci controllavano da secoli perché non conquistarci quando eravamo trogloditi e non oggi che possediamo l’atomica ed armi potenti? Sono guerrafondai per puro divertimento?
La sceneggiatura, quindi, si allontana notevolmente sia dal romanzo che dalla pellicola del 1953, perdendo d’interesse e di compattezza e soprattutto la scena centrale, quella con Cruise che combatte col folle all’interno di una cantina assediata da marziani troppo simili agli alieni di Indipendence Day, è lunga, brutta ed irritante. Nel 1953 la scena aveva lo scopo di mostrare di sfuggita i marziani e di creare pathos, in Spielberg è solo inutile. Infine la scelta di non mostrare alcun combattimento diretto fra militari e marziani se può funzionare in film di tutt’altro spessore (per es. in alcuni degli ultimi film di Akira Kurosawa) in una pellicola di SF, che si basa su scene spettacolari, è quanto meno una scelta strana e perdente. E ciò dispiace in un autore che ha sfornato capolavori del calibro di Duel, E.T. ed Incontri Ravvicinati.

Passiamo ora, invece, a due pellicole che pur discendendo da un unico romanzo breve di J. W. Campbell – un altro padre della SF letteraria, direttore della mitica rivista Astounding – sono diverse l’una dall’altra ma entrambe piene di fascino. Sto parlando de LA COSA DA UN ALTRO MONDO del 1951 e del remake del 1982, LA COSA di J. Carpenter.

La cosa da un altro mondo


Si narra che Campbell si fosse ispirato addirittura al un racconto di H. P. Lovecraft del 1931, Le montagne della follia nel quale alcuni esploratori individuano una città abbandonata realizzata da alieni millenni fa.

La cosaComunque sia Howard Hawks (stiamo parlando di uno dei più grandi registi di tutti i tempi, di lui basta ricordare solo SCARFACE, IL FIUME ROSSO, UN DOLLARO D’ONORE) s’innamorò del racconto e decise di realizzare il film ma, trattandosi di fantascienza, non volendo quindi esporsi troppo in prima persona, lo affidò al suo montatore abituale, l’oscuro Christian Niby. Pare che a dirigerlo fosse lo stesso Hawks, cosa che ben si nota nella pellicola. La storia, credo, è conosciuta: un gruppo di scienziati di una base polare rinviene, sepolto nel ghiaccio, un disco volante che, molto intelligentemente, fa esplodere nel tentativo di liberarlo, la sola “cosa” che riescono a recuperare è, appunto, l’alieno congelato all’interno di un blocco di ghiaccio. Da qui inizia lo scontro, violentissimo, fra il “carotone” venuto dallo spazio (si tratta, infatti, di un umanoide “vegetale”, senza organi interni ma che si nutre, guarda caso, di sangue, soprattutto umano) ed i terrestri che cercano di sconfiggerlo. Piuttosto che la figura dell’alieno che lo stesso Hawks volle far veder assai poco tagliando molte scene (è solo molto alto – è interpretato dal famoso James Arness che poi sarà il principale attore della serie tv La conquista del west – calvo e con spine al posto delle unghie) è il rapporto fra i militari e gli scienziati che emerge nella pellicola. I primi vorrebbero subito uccidere l’alieno, lo temono e non hanno alcuna intenzione d’instaurare un rapporto con lui (rapporto che, comunque, risulta impossibile: il “carotone” ci considera solo cibo e niente altro), mentre i secondi, capeggiati dal dott. Carrington (il quale indossa sempre un colbacco, probabilmente rappresenta il “traditore” comunista che vuole trattare col nemico!) vorrebbero studiarlo e comunicare con lui. La fine è nota, solo la distruzione della “Cosa” può ristabilire l’ordine umano e sventare l’invasione. Che differenza con l’altro film dello stesso anno ULTIMATUM ALLA TERRA nel quale l’alieno è interessato a comunicare con noi per salvarci dalla nostra follia distruttrice!

Comunque, sebbene la pellicola risenta del clima da Guerra Fredda del periodo, è ancor oggi godibilissima. Splendida la musica di Dimitri Tiomkin; evocatrice di mistero inquietante la scena nel quale i terrestri scoprono l’alettone dell’astronave sepolta emergere dal ghiaccio e si accorgono che si tratta di un disco volante (a me da ancora i brividi); ben realizzati i vari scontri con l’alieno, fino alla sua distruzione finale tramite un “arco voltaico”.
Famosa la frase conclusiva del giornalista che, finalmente, può raccontare al mondo la lotta che un manipolo di uomini ha combattuto per la salvezza del genere umano: “…tutti voi che ascoltate la mia voce, dite al mondo, ditelo a tutti dovunque si trovino: attenzione al cielo; dovunque, scrutate il cielo.” Guerra fredda o meno, un film che lascia il segno.

Kurt Russel nel remakeIl remake del 1982 di J. Carpenter, invece, vira verso l’orrore ed è molto più fedele al racconto di Campbell. Il regista, che ama narrare storie che si svolgono in piccoli nuclei umani assediati dall’esterno, si trova a suo agio con una storia così claustrofobica (in fondo molti dei suoi film sono una sorta di Western con l’assedio degli indiani al Forte, da DISTRETTO 13: LE BRIGATE DELLA MORTE a FOG, da IL SIGNORE DEL MALE al VILLAGGIO DEI DANNATI e FANTASMI DA MARTE). Ma in questo caso, un po’ come nella sua prima pellicola DARK STAR, il pericolo non è esterno al gruppo umano ma è all’interno. Infatti egli salta il rinvenimento dell’astronave e passa direttamente al contagio del gruppo umano da parte di un organismo alieno in grado di trasformarsi in chiunque, una sorta di organismo proteiforme che assume qualsiasi aspetto desideri. E qui la lotta si fa dura: chiunque potrebbe essere il nemico, anzi, il nemico E’ in noi, siamo noi (ricordate ESSI VIVONO?).

Alla fine i due superstiti, fra i quali il pilota di elicottero Kurt Jena Plissken Russell, stanchi, si guardano in cagnesco, sapendo che probabilmente uno di loro è l’alieno e che non c’è salvezza possibile. Nella pellicola degli anni ’80, quindi, non c’è lieto fine, nessuno può dirsi vincitore ed il messaggio del regista non è, certamente, consolante.

Gli effetti speciali sono buoni, così come la colonna musicale dello stesso Carpenter che ama in ogni suo film comporre da sé la musica. Ma la pellicola fu un vero e proprio flop al botteghino, forse perché, appunto, con un finale senza speranza, o forse perché, come sostengono alcuni, nello stesso periodo impazzava un piccolo extraterrestre simpatico e giocherellone, E.T di Spielberg.

Comunque, a mio parere, LA COSA di Carpenter è da rivalutare ed il suo alieno così particolare da inserire fra quelli che hanno fatto la storia delle invasioni aliene “cattive”, dai BEM, Bug Eyes Monster (alieni con gli occhi da insetto) degli anni ’50, agli invasori di LA TERRA CONTRO I DISCHI VOLANTI, al Mutante del CITTADINO DELLO SPAZIO, per arrivare ad ALIEN e PREDATOR.

Alla prossima puntata.

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