Il villaggio dei dannati 1995

Molti dei classici del cinema di SF, come ho già evidenziato nelle chiacchierate precedenti, hanno avuto la fortuna, ed a volte la sventura, di essere riproposti in una nuova versione in anni più vicini a noi. Vorrei portare altri pochi esempi per poi cercare di trarne alcune considerazioni finali prettamente soggettive. Nel 1960 Wolf Rilla, regista poco conosciuto che in seguito non ebbe altre frequentazioni con il genere a noi caro, dirige il Villaggio dei dannati (The Village of Damned) dal bel romanzo di uno degli autori classici della SF letteraria inglese, J. Wyndham, che ha prestato altre sue opere al cinema (basti ricordare Il Giorno dei Trifidi mediocre trasposizione del 1963 di S. Sekeley). Il romanzo, pubblicato per la prima volta in Italia su Urania (n. 200 del 1959), ha una storia semplice ma intrigante che viene ben svolta dal regista. Un villaggio dell’Inghilterra rurale, Midwich, si sveglia una mattina completamente isolato dal resto del mondo: una campana invisibile non permette a nessuno di entrare o di uscire e tutti gli abitanti cadono addormentati ed al loro risveglio non ricordano nulla di quanto accaduto (ricorda, o sbaglio, la trama dell’ultimo romanzo del re S. King?). Dopo due mesi le donne in grado di procreare si accorgono, con raccapriccio, di essere tutte incinte, anche quelle troppo giovani e senza marito.

L'original

Ma non si tratta di segreti alla Twin Peaks svelati troppo presto: dopo altri cinque mesi nascono dodici bambini, sei maschi e sei femmine (una nasce morta) sanissimi, tutti uguali, dai capelli biondi, occhi chiari penetranti e freddi. Crescono velocemente fra la paura generale – infatti non legano con alcuno, men che mai con i propri genitori e vivono in stretta simbiosi l’uno con l’altro – e solo uno dei “genitori”, il fisico Gordon Zellaby (un ottimo George Sanders) cerca di comunicare con loro e assicurarsi la loro fiducia. George SandersIn una riunione governativa a Londra veniamo a sapere che Midwich non è il solo posto al mondo in cui è accaduto e qui si decide di affidare a Zellaby i bambini per tenerli sotto controllo. Ben presto ci si accorge che questi comunicano fra loro telepaticamente e possono costringere chiunque, con la loro semplice volontà di gruppo, a fare ciò che mai nessuno oserebbe, anche suicidarsi. Così i bambini iniziano a vendicarsi dei torti subiti, veri o immaginari, creando il panico nel villaggio.

Dopo alcune morti (intanto anche i governi degli altri stati dov’è accaduto prendono drastiche soluzioni eliminando interi villaggi a suon di bombe!) Zellaby decide di eliminare egli stesso quelli che ha ormai identificato come l’avanguardia di una possibile invasione aliena per evitare che anche Midwich venga “nuclearizzato”. Infatti gli alieni, con le loro capacità telepatiche, non permettono a nessuno di avvicinarsi al villaggio e nella scena finale (molto bella e ricca di pathos) lo scienziato sacrifica se stesso per il bene della comunità facendosi esplodere insieme a loro all’interno della scuola. Si tratta di una bellissima pellicola in B/N, ben recitata e molto inquietante anche perché il nemico da combattere, l’altro dal quale difendersi non è un mostro alieno dalle orrende fattezze – come in molti film inglesi dell’epoca, dall’ Astronave atomica del dottor Quatermass a Madra il terrore di Londra – ma bambini dallo sguardo angelico.

Con questa pellicola nasce il filone che vede, appunto, nei figli degli uomini il mostro da eliminare, probabilmente perché i bambini sono così lontani da noi, così alieni da spaventare. (Consiglio un bel libro a chi fosse interessato ad approfondire l’argomento: La covata malefica di P.M. Bocchi e A. Bruni, ed. Pendragon, 1995). Molte di queste pellicole vireranno verso l’horror puro, citerò velocemente l’altra trasposizione filmica del romanzo di Wyndham, La stirpe dei dannati di A. M. Leader del 1963, la Covata malefica di D. Cronenberg del 1979, senza dimenticare – e come si può? – la bambina che si ciba dei genitori in una delle scene più raccapriccianti de La Notte dei morti viventi di G. A. Romero del 1968 (anno seminale per il cinema Horror e di SF) o le due gemelline di Shining di Kubrick del 1980, umbratili presenze dell’Overlook Hotel, sebbene queste siano, in fondo, soltanto due vittime.

La stirpe dei dannati

Shining

Nella maggior parte di queste pellicole l’orrore puro proviene non tanto dalle scene forti ma dalla consapevolezza che l’altro, il diverso, sono i nostri figli. E cosa ci può essere di più raccapricciante di un tenero bambino biondo che, come gli dai le spalle, può friggerti il cervello? Il remake del 1995 di J. Carpenter, dal medesimo titolo, è un onesto film del maestro del brivido, forse leggermente più virato verso l’horror, ma si sa che il nostro ama profondamente il genere, sebbene giri sempre lo stesso film: un western in cui un manipolo di antieroi deve affrontare l’assedio dall’esterno. Qui, invece, il pericolo non è esterno bensì vive fra di noi, un po’ come accade nella Cosa, come abbiamo già visto.

L’elenco dei remake è lungo e ricorderò soltanto alcuni classici degli anni ’50 e ’60, l’età d’oro del cinema di SF, come Il pianeta delle scimmie (di F.J. Shaffner del 1967 dal romanzo di P. Boulle con un superlativo Charlton Heston) nel quale i veri alieni non sono le scimmie che ci hanno sostituiti sulla faccia del pianeta ma gli astronauti che vi cadono provenendo dal passato. In fondo la pellicola lancia un messaggio ben chiaro: siamo noi che l’abbiamo voluto causando la guerra atomica e permettendo, così, alle scimmie di prendere il potere.

Charlton Heston

Indimenticabile l’ultima scena con l’astronauta Taylor a cavallo con la sua donna del futuro, Nova, che scopre su di una spiaggia i resti della Statua della Libertà e comprende di essere sulla sua Terra e maledice la razza umana fautrice della sua stessa distruzione. Il film è stato rifatto nel 2001 dal pur ottimo Tim Burton, regista visionario e immaginifico, ma qui, purtroppo, cade nel banale e nell’ovvio.

Il pianeta delle scimmie

Il remake di Burton

Citerò Solaris di A. Tarkowsky del 1972, dal bel romanzo del polacco S. Lem, in Italia massacrato dai tagli e dal doppiaggio, uno dei primi film nei quali l’alieno è un intero pianeta senziente che “probabilmente” tenta di entrare in contatto con gli umani attraverso i loro sogni, ricreando persone a loro care ma non più in vita. La pellicola è stata riproposta da S. Soderbergh nel 2002 con un Solarisimprobabile G. Clooney nei panni dell’astronauta-psicologo Kelvin (!), versione piuttosto scialba ed inutile che non usa nemmeno gli effetti speciali oggi disponibili per ricreare il pianeta.

Anche Godzilla di I. Honda del 1954 (molto più bello della versione americana Il re dei Mostri realizzata per il mercato americano: consiglio vivamente a tutti di andarsi a rivedere l’originale giapponese con i sottotitoli italiani, splendido nel suo Kitch nipponico e nella ingenuità degli effetti speciali ma affascinante per le musiche e l’ineluttabilità della tragedia che, dopo Hiroshima, permea la cultura giapponese) ha avuto un rifacimento fracassone realizzato da R. Emmerich nel 1998. Confesso che il film non mi è dispiaciuto in quanto vi sono scene, soprattutto iniziali quando il mostro non si vede ancora ma crea numerosi danni e distruzioni, particolarmente ben realizzate ed evocatrici del risveglio di una natura ferita e violentata.

E potrei proseguire con il primo Fluido Mortale (Blob), ingenua pellicola del 1958 di I. S. Yeaworth (da noi famosissimo perché alcune scene sono state utilizzate da Enrico Ghezzi nel suo Blob televisivo) rifatto nel 1989 da un tal C. Huck Russell anche qui preferendo rivolgersi più all’horror che alla fantascienza, o con Gli invasori spaziali di W.C. Menzies del 1953 col suo remake del 1986 di Tobe Hopper dal titolo Invaders from Mars. In entrambi i casi si tratta di pellicole ingenue destinate ad un pubblico giovanile ma che ebbero un buon successo all’epoca, con effetti speciali artigianali, ma il rifacimento di Hopper non dispiace perché si mantiene vicino proprio a questa semplicità anni cinquanta.

 

Godzilla

Remake di Godzilla

The Blob

Vorrei concludere con uno dei più bei romanzi di R. Matheson, uno dei maestri riconosciuti del genere, e cioè I am Legend portato sugli schermi più volte e con esiti diversi. La versione più famosa è quella del 1971 di Boris Sagal nella quale gigioneggia il grande C. Heston (attore che ha dato molto al genere: ricordiamo oltre i primi due film della serie del Pianeta delle Scimmie, anche 2022: I Sopravvissuti) nella parte di Neville, l’ultimo sopravvissuto ad una tremenda epidemia provocata proprio dagli scienziati come lui. In 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (The Omega Man) assistiamo alla vita solitaria – durante il giorno – dello scienziato che vaga per la città deserta alla ricerca di cibo e svago nonché dei nascondigli dei suoi nemici: il resto dell’umanità trasformata dall’epidemia in una sorta di vampiri che non sopportano la luce e vivono solo di notte. E la notte, appunto, costoro guidati dal loro capo Mathias prendono d’assedio la sua casa trasformata in fortino e vogliono uccidere l’ultimo essere umano, la leggenda.

The Omega man

Mathias

Vincent Price ultimo uomo sulla terraInutile dire che il fascino della pellicola risiede proprio nello scontro fra lo scienziato che fino alla fine tenta di trovare un vaccino che salvi lui e pochi altri sopravvissuti che intanto è riuscito a trovare ed il suo nemico mortale che vuole ucciderlo perché ha creato una religione anti-tecnologica e vede in lui l’ultimo degli scienziati sopravvissuti colpevoli della fine dell’umanità. Nel 1963, però, un regista italiano (!) V. Ragona aveva già portato sul grande schermo una trasposizione del romanzo, dirigendo uno splendido Vincent Price (del quale bisogna sempre e solo dire bene) in una Roma quasi post-atomica.

Non voglio far storcere il naso ad alcuno ma, a mio parere, questa versione è leggermente superiore a quella hollywoodiana.

Ed il remake di oggi, del 2008, con un Will Smith troppo “incazzato” ed i sopravvissuti trasformati in una sorta di licantropi alla Rick Baker di Un lupo mannaro americano a Londra (altro capolavoro del folle Landis) lascia davvero perplessi. E’ un horror infarcito di effetti speciali, nemmeno tanto belli, fracassoni e che nulla aggiungono al fascino della storia. E poi, dov’è l’umanità ridotta a brandelli dalla scienza e questo ultimo, benedetto uomo divenuto leggenda? Per chi è una leggenda se i suoi avversari ormai non hanno quasi più nulla di umano?

Il remake con Will Smith

A ben vedere, quindi, ciò che latita nei remake di oggi, almeno nella maggioranza di essi, è proprio lo spirito che permeava gli originali, il fascino del mistero, il brivido che si prova dinanzi a qualcosa di totalmente alieno da noi che, pian piano, si sta intrufolando nella nostra vita e, perché no, sostituendosi a noi (Gli Ultracorpi docet).

Il bacio della panteraIl fascino della fantascienza sta in questo, in quella “Sospensione dell’incredulità” da parte dello spettatore che accetta d’immergersi in una storia a prima vista assurda, senza senso. Ed il buon regista – ed anche sceneggiatore – è quello che anche usando mirabolanti effetti speciali che dovrebbero supportare la pellicola ma non prevalere sulla storia, è colui che riesce a far suo questo intento, far vivere lo spettatore all’interno di un mondo “altro”, diverso dal quotidiano come se fosse la cosa più naturale al mondo. Il fantastico, come affermò Todorov, è quell’attimo di esitazione che si prova dinanzi ad avvenimenti la cui spiegazione esula dalle normali leggi conosciute, un po’ come il concetto del Perturbante di Freud. E se questa esitazione la ritroviamo in molte pellicole classiche (il capolavoro assoluto, sebbene non sia SF, rimane Il Bacio della Pantera del 1942 di J. Tourneur) essa manca totalmente in numerose pellicole moderne che preferiscono fracassoni e rutilanti effetti speciali che stordiscono lo spettatore, forse per sopperire alla pochezza della sceneggiatura.

A mio modesto parere gli effetti speciali, il 3D osannato come la sola cosa che può salvare il cinema, sono sì importanti nel cinema di SF ma devono aiutare il regista a ricreare mondi alieni, situazioni talmente oltre la nostra immaginazione da poter risvegliare, appunto, il fascino del mistero, dell’esotico nello spettatore e non ottundergli la mente a scapito della storia. Certo, e non me ne vogliano gli Avatariani convinti (amo Cameron per ciò che ha dato al cinema di SF da Aliens a Terminator) ma è proprio ciò che sta avvenendo con la pellicola più celebrata da sempre: la ricostruzione del pianeta Pandora, della sua natura aliena, è incredibile, lascia senza respiro, ma è la storia ad essere un po’ troppo… scontata, politically correct per intenderci. Nel film accade esattamente tutto ciò che deve accadere e che un “vecchio” fan del genere si aspetta. Certo, le giovani generazioni rimangono affascinate dal pianeta, dalla lotta, dalla storia d’amore (in fondo Avatar è una sorta di Titanic a lieto fine dove trionfa il bene e l’amore) ma quel guizzo che avrebbe fatto della pellicola un vero capolavoro, è assente.

Avatar

Forse, concludendo, siamo “noi” vecchi fan ad essere superati: oggi difficilmente un giovane amante della SF vedrebbe un film in B/N nel quale gli effetti speciali si limitano ad un grande pupazzo di un dinosauro antidiluviano al cui interno vi è un attore che distrugge modellini di palazzi come se fossero castelli di sabbia. Forse è proprio quel fascino che non ritroviamo più, o che dobbiamo cercare con il “lanternino” nelle pellicole più recenti, che potrebbe salvare il cinema di SF da morte sicura, insieme, questo sì, agli effetti speciali ben realizzati e, soprattutto, non troppo invadenti. Ma questa è un’altra storia.

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